Ravensbrück, il racconto delle donne

In vista dell’incontro che si terrà a Paola mercoledì 24 aprile pubblichiamo un breve articolo sul campo di detenzione di Ravensbrück.

Quando si pensa ai campi di concentramento nazisti difficilmente si sente nominare Ravensbrück, il campo di concentramento per sole donne aperto nel maggio 1939 a nord di Berlino. Vi venivano rinchiuse e torturate donne definite asociali: disabili, oppositrici politiche, comuniste, attiviste della resistenza, ladre, testimoni di Geova, prostitute, zingare, lesbiche, scrittrici, giornaliste, artiste, solo il 20% erano ebree.
Erano donne considerate di razza inferiore, donne emarginate ed escluse che andavano corrette e allontanate dalla società per evitare che inquinassero la razza ariana.
E’ stato l’unico lager nazista esclusivamente femminile, rimasto per molti anni ignorato dalla storia e dalla memoria.

A Ravensbrück vi erano donne di tutte le nazionalità, le prime 867 deportate erano tutte tedesche, nel 1943 vi furono numerosi ingressi, soprattutto dalla Russia. Il 30 giugno del 1944 arrivarono anche le italiane, 14 in tutto.
Le prigioniere italiane erano detestate da tutte le altre, poiché provenienti da un paese fascista e quindi automaticamente associate al nemico, dimenticando che erano state internate proprio dal regime fascista, in quanto militanti della resistenza.

La storia di Ravensbrück è sempre rimasta ai margini proprio perché storia di donne, ma nel campo furono consumate atrocità indicibili, anche peggiori di quelle che conosciamo, proprio perché erano donne, quindi considerate esseri inferiori. Le donne vennero torturate, sterilizzate o costrette ad abortire in condizioni disumane, al fine di evitare che mettessero al mondo bambini impuri, frutto di violenze sessuali perpetrate dalle SS che utilizzavano le donne del lager come prostitute. Si praticò il controllo della riproduzione, era un laboratorio per applicare sui loro corpi vari metodi e studiare come reagivano ai trattamenti. Verso la fine della guerra, nel 1944, le prigioniere in stato di gravidanza raggiunsero numeri tali che la situazione sfuggì al controllo e non si riuscì più a praticare in tempo la sterilizzazione né l’aborto.
Le donne mettevano al mondo i loro bambini nella consapevolezza che sarebbero morti di stenti.

A Ravensbrück vennero commessi crimini atroci, crimini contro l’umanità e il genere femminile. In quanto lager di donne, Ravensbrück racconta storie di coraggio e di resistenza. Le testimonianze delle sopravvissute hanno permesso di ricostruire quanto successo in quel luogo dimenticato e lo hanno fatto con racconti strazianti, ma allo stesso tempo preziosi. Le donne di Ravensbrück, per usare le parole di Lina Baroncini, sopravvissuta allo sterminio, hanno combattuto utilizzando gli scritti come armi.