Perchè non si vuole parlare di violenza maschile contro le donne?

Alla luce delle recenti iniziative sulla violenza di genere promosse sul territorio calabrese, in qualità di socie di Nate a Sud, pur mostrando rispetto per le iniziative volte a contrastare la violenza in ogni sua forma, non possiamo esimerci da sollevare alcuni interrogativi sulla linea politica che si sta seguendo e il messaggio che si vuole veicolare.

La violenza maschile contro le donne è una questione sociale, culturale, sistemica e strutturale che nasce e si nutre della disparità di potere tra i sessi. E’ statisticamente confermato che la violenza contro le donne esiste ed è una grave realtà in molti paesi socialmente evoluti. Non si può ribaltare la questione parlando di violenza femminile sugli uomini con statistiche di irrilevante spessore scientifico e creando una grande confusione intorno ad una tematica delicatissima.

Anche lo strumento dell’alienazione parentale, in situazioni di violenza intrafamiliare (da non confondere con il conflitto di coppia!), viene spesso utilizzato nelle aule giudiziarie per screditare le donne che, in sede di separazione, richiedono protezione per i figli e le figlie, arrivando a colpevolizzare la madre e non proteggendo le bambine e i bambini che assistono alla violenza.

Quante volte le madri hanno chiesto tutela per i loro figli senza essere ascoltate? Antonella Penati, mamma di Federico Barakat, ucciso dal padre durante un incontro protetto nel 2009, è solo una di quelle voci che non sono state ascoltate.

Ci preoccupa ancor di più quanto appreso appreso dal sito web del Comune di Paola circa l’attivazione di un “Centro Antiviolenza” comunale che si avvale dell’assistenza di esperti che offrono “ascolto e consulenza psicologica e legale a familiari, vittime e presunti autori di stalking”, e “colloqui di sostegno individuale e di coppia, nonché familiare e di gruppo a presunti autori di stalking, vittime e congiunti”.

Riteniamo opportuno ricordare che, alla luce delle disposizioni contenute nella Convenzione di Istanbul (ratificata dall’Italia nel 2013) e nell’Intesa Stato-Regioni del 27 novembre 2014 (Intesa relativa ai requisiti minimi dei Centri Antiviolenza e delle Case Rifugio, in attuazione dell’art. 5 del D.L.93/2013), la mediazione familiare è assolutamente vietata nei casi di violenza e i servizi di cui sopra non possono essere in alcun modo ascritti ad un Centro Antiviolenza propriamente detto.

E’ quindi nostro dovere chiedere delucidazioni sull’istituzione di un servizio che è chiaramente altro rispetto alla mission di un Centro Antiviolenza e porre attenzione sull’eventuale opportunità di dare una diversa e meno fuorviante denominazione al servizio comunale.

Tale richiesta nasce esclusivamente dal desiderio di sostenere e accogliere le donne che decidono di intraprendere, a fatica, un percorso di uscita dalla violenza, in maniera corretta e dal timore che questa modalità di accoglienza possa ingenerare confusione, disattendendo di fatto le aspettative legittime delle donne che di fatto pensano di rivolgersi ad un Centro Antiviolenza.

Per le ragioni esposte ci auguriamo che il nostro appello non resti inascoltato e che le istituzioni possano attivarsi al fine di sostenere in maniera corretta e professionale le donne e i minori che subiscono violenza.