Bimbo allontanato dalla madre perchè “alienante”

Con decreto del Tribunale di Paola una giovane mamma, rea, a parere del Giudice, di aver assunto condotte comportamentali ostative all’applicazione della bigenitorialità, perde la custodia del figlio di soli tre anni, che viene così affidato in via esclusiva al padre, con collocamento presso quest’ultimo.

La determinazione fa riferimento al concetto di alienazione parentale che venne introdotto per la prima volta negli anni ottanta dallo psichiatra forense statunitense Richard Gardner, e descritto come una dinamica psicologica disfunzionale che si attiva nei figli minori coinvolti nelle separazioni conflittuali dei genitori. Si tratterebbe di una condotta posta in essere da un genitore (definito “genitore alienante”) che porta i figli a dimostrare astio e rifiuto verso l’altro genitore (definito “genitore alienato”)
In altri termini sarebbe un comportamento intenzionale tenuto da uno dei genitori, nella maggior parte dei casi la madre, volto ad allontanare il bambino dall’altro, attraverso l’uso di espressioni denigratorie e false accuse.
Fin da subito la teoria di Gardner fu molto contestata nel mondo scientifico e accademico poiché priva di solide dimostrazioni, ma nonostante ciò il ricorso all’alienazione genitoriale come principio in ambito giudiziario è entrato in maniera dirompente nei Tribunali italiani, in particolare nei casi di separazioni conflittuali o addirittura violente, producendo effetti devastanti sui minori, trattati come oggetti e “collocati” come pacchi.

La decisione del Tribunale di Paola, deve quindi far riflettere tutte le persone che pensavano che il Ddl 735 sull’affido familiare, di cui l’alienazione genitoriale è parte sostanziale di tutto l’impianto, fosse stato in qualche modo cestinato.

La vicenda è simile a molte altre di cui leggiamo nelle cronache: madri che restano imbrigliate nella macchina della giustizia e che vengono messe sotto la lente di ingrandimento da parte dei servizi sociali, non vengono sostenute, ma giudicate per il loro stile di vita o, ancor peggio, come nel caso in questione, per le precarie condizioni economiche o sociali. Donne che vengono additate come “alienanti”.

Il caso in questione, però, è connotato da una circostanza tanto singolare quanto allarmante che sentiamo il dovere politico e morale di denunciare nell’interesse delle donne: a prendere le difese del padre, che si rivolge all’autorità giudiziaria al fine di accertare la capacità genitoriale di una giovane madre, è proprio un’esponente di un’associazione che si occupa di contrasto alla violenza di genere.

In quanto associazione che si occupa di tutela di donne e minori che subiscono violenza, crediamo fermamente che la violenza di genere non sia solo una piaga sociale, ma un radicato problema culturale che va affrontato con le giuste competenze, senza lasciare spazio ad ambiguità e titubanze.

Esiste un codice etico, anche non scritto, al quale le professioniste che collaborano con associazioni che si occupano di questa tematica dovrebbero aderire per evitare di ritrovarsi in situazioni equivoche: un giorno al fianco delle donne per chiedere il ritiro del c.d. Ddl Pillon e l’altro in difesa dei padri, in separazioni connotate da accesa conflittualità, facendo artatamente ricorso a teorie quali l’alienazione parentale.

Senza voler entrare in alcun modo nel merito della vicenda giudiziaria, ancora in fase di definizione, unico scopo della presente presa di posizione è quello di mettere in luce le contraddizioni che potrebbero vivere le donne che si dovessero rivolgere a servizi antiviolenza che non fanno ricorso a professioniste adeguatamente formate sulla genesi della violenza maschile contro le donne e sui metodi di accoglienza o ad associazioni che non lavorano secondo un’ottica di genere.

Oggi ci troviamo a discutere non soltanto degli effetti di un provvedimento giudiziario che stravolge la vita di un bambino molto piccolo e di sua madre, ma di fronte al paradosso che l’accusa di alienazione parentale venga mossa da di chi si professa a difesa delle donne.

In conclusione, sentiamo impellente il desiderio di esprimere solidarietà e vicinanza nei confronti di una giovane mamma che invece di essere sostenuta nelle funzioni genitoriali, attraverso strumenti che mirano a tutelare il minore e a preservare la relazione genitoriale, è stata separata dal figlio con il contributo di chi avrebbe invece potuto aiutarla.

Associazione Nate a Sud
Centro Antiviolenza Roberta Lanzino
Centro Antiviolenza Attivamente Coinvolte